Lo storico Francis Fukuyama: «Sfruttate la crisi per cambiare Più merito e meno clientele»

Parla lo storico Francis Fukuyama, famoso per il saggio «La fine della storia»: «Roma stia attenta a non sprecare quest’occasione della crisi. Più merito nella burocrazia»

Il politologo dell’università di Stanford Francis Fukuyama, 62 anni: il suo nuovo libro è «Political order and political decay»
Il politologo dell’università di Stanford Francis Fukuyama, 62 anni: il suo nuovo libro è «Political order and political decay»

«Sprecare una crisi è terribile» si diceva nella Casa Bianca di Barack Obama dopo il crash di Lehman Brothers, e Francis Fukuyama trova che due Paesi oggi dovrebbero ricordarsene: la Grecia e l’Italia. La recessione di questi anni ha lasciato ferite profonde in entrambe, dice il politologo di Stanford, ma ora crea anche un’occasione irripetibile per voltare pagina. È per questo che in «Political Order and Political Decay», il saggio sulle strutture politiche e il loro «declino», Fukuyama dedica centinaia di pagine alle due economie del Mediterraneo che in questi anni, in modi diversi, si sono trovate all’epicentro del terremoto dell’euro.

Lei sostiene che i sistemi politici di tipo clientelare diffusi in Grecia e in Italia sono alla radice delle difficoltà dell’euro. Per quale motivo?
«Una causa di fondo degli eventi di questi anni è stata l’incapacità dei governi di Grecia e Italia di tenere sotto controllo i conti. E una delle ragioni per cui non ci sono riusciti, è che in entrambi i Paesi il settore pubblico è stato usato a scopi clientelari. All’inizio della crisi la Grecia aveva un numero di statali, per abitante, pari a circa sette volte quello della Gran Bretagna. I due grandi partiti greci, Néa Demokratia e Pasok, si erano ruotati al potere per 40 anni e ogni volta, alternandosi, avevano riempito il settore pubblico dei propri sostenitori. È un’abitudine che continua fino ad oggi, con Syriza».

Secondo lei anche in Italia è andata così?
«In Italia una variante dello stesso genere è proseguita per molto tempo. L’esempio più notorio è la Democrazia cristiana nel Mezzogiorno, ma in un certo senso questo modello ha finito per riflettersi nella politica di tutto il Paese. È un modo di gestire il sostegno elettorale. Fino a quando questo sistema non sarà sostituito da un altro sistema, nel quale i burocrati vengono selezionati in base al merito e alla loro competenza, il problema della spesa pubblica non sarà mai messo sotto controllo».

Trova che oggi questa questione sia capita meglio di prima e sia stata risolta?
«Be’, veramente no. Credo che in Grecia parte della riluttanza di Syriza a chiudere un accordo con i creditori sia dovuta al fatto che il partito non vuole rinunciare alla propria capacità di proporre i suoi sostenitori nei posti di potere. L’Italia invece ha fatto più progressi. Da voi è sempre stato un problema regionale, radicato nel Sud, ma ciò che serve adesso è una riforma totale del settore pubblico. Nel Paese va inculcato il principio di una burocrazia impersonale, una burocrazia che funziona nell’interesse pubblico e non sulla base di favoritismi e corruzione. E certo si sono visti dei progressi. Il tipo di corruzione degli ultimi vent’anni è stato diverso dal classico clientelismo dei vecchi democristiani».

Lei scrive che anche la Gran Bretagna e gli Stati Uniti erano sistemi clientelari, in origine, ma la crescita economica ha generato nuovi ceti imprenditoriali che hanno imposto il cambiamento. Ma è possibile cambiare l’Europa del Sud, nella stagnazione economica e demografica? «È una tragedia che l’Italia abbia perso una grande occasione negli Anni 90, quando la caduta del comunismo aprì una finestra per trasformare l’intero approccio al modo di fare governo. Credo che due fattori l’abbiano impedito. Uno è la personalità di Berlusconi e il fatto che sia riuscito a consolidare una base elettorale. Ma l’altro è la Lega Nord, perché Umberto Bossi controllava lo stesso tipo di ceto medio che in Gran Bretagna o altrove è stato alla base delle coalizioni riformiste. Purtroppo anche la Lega è stata soggetta alla corruzione. Si è spostata su temi come l’immigrazione, non ha mai messo la riforma dello Stato al centro del proprio programma e così la grande occasione degli Anni 90 è andata sprecata».

Se ne ripresenteranno altre per l’Italia?
«L’altra chiara opportunità di riforma è arrivata con la crisi dell’euro. Una serie di presidenti del Consiglio, fino a quello attuale, hanno cercato di sfruttarla. Malgrado sia stata una crisi molto dura per l’impatto che ha avuto sull’economia, purtroppo si inizia a vedere che potrebbe non essere stata abbastanza dura da produrre un riformismo completo. Forze come il Movimento 5 Stelle sono così antipolitiche che, in un certo senso, la gente che vota per loro sta sprecando il voto, perché i Cinque Stelle non hanno un chiaro programma di riforma dello Stato da portare avanti».

Lei non sembra granché convinto che il premier Matteo Renzi sia abbastanza forte o deciso per indurre il cambiamento.
«Gli faccio i miei auguri. Si sta assumendo un certo rischio, promuovendo riforme che avranno bisogno di molto tempo per dare frutti invece di misure popolari nell’immediato. Dovremo vedere gli sviluppi, credo».

Lei sottolinea i limiti dei 5 Stelle, ma come spiega l’ascesa di movimenti antisistema ovunque in Europa?
«In realtà nel Nord e nel Sud dell’Europa sono diversi. A Nord tendono a essere più anti immigrazione e anti Unione europea, mentre Syriza in Grecia e Podemos in Spagna sono piuttosto movimenti tradizionali di sinistra. Ma rappresentano tutti una reazione allo stesso fallimento delle élite dominanti d’Europa, che prima hanno permesso che la crisi esplodesse e poi hanno risposto in modo inefficace. Per molti aspetti, la zona euro non è stata messa a posto. Il problema sottostante non è corretto».

Qual è il problema sottostante?
«L’Europa deve andare avanti, oppure indietro. La soluzione istituzionale ideale sarebbe una politica di bilancio unica, che preveda trasferimenti di risorse più ampi alle economie deboli. Ma se questo non è possibile, allora probabilmente dovreste riflettere all’idea di lasciare che Paesi come la Grecia escano dall’euro e permettere la flessibilità valutaria. L’attuale combinazione di una moneta unica, insieme a una politica di bilancio non unificata, crea i presupposti di problemi continui».

Dunque, al netto della Grecia, lei trova che la situazione dell’euro non sia stabilizzata?
«No. Non ancora».

Abbiamo visto molti tentativi tecnici: la troika arriva a Atene o a Lisbona e impone misure specifiche. Teme che nessuno affronti il problema politico?
«Esatto. Finché in Grecia non viene capita sul piano politico la natura del settore pubblico e finché i partiti non rinunciano all’abitudine di usarlo a scopi clientelari, il problema non si risolverà mai».

Vale anche per l’Italia?
«Certo. Ha molto a che fare con il modo in cui si crea il consenso. Il problema di fondo è come consolidi una coalizione nella società a favore delle riforme, una coalizione che esiga un settore pubblico basato sul merito e sulla competenza, non sulla politicizzazione delle nomine. È una battaglia politica che deve aver luogo in ogni Paese. Perché succeda, servono dinamismo economico, ceti medi emergenti, innovatori nella società. La crescita economica crea le basi sociali del cambiamento. Ma purtroppo non è probabile che una vera crescita economica arrivi tanto presto in Europa del Sud».

Fonte: Corriere.it

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